venerdì 31 dicembre 2010

ALL'ALBA DEL 2011

Una pressione dalle spalle, qualcuno che ti butta in scena.
L’adrenalina scorre e senti il petto esplodere. Non sei preparato a questa scena. E’ diversa. E’ nuova.

Novus in latino significa anche strano. E’ strana infatti.
Verrà, appena terminata questa scena, la consapevolezza d’averla vissuta, e di aver potuto impiegare ogni fibra di me per stare in quel luogo fino ad un istante prima nuovo e strano, ora oltrepassato lo spazio di un filo per cucire un bottone, più familiare, meno spaventoso, in una sola parola, conosciuto.

Auguri di cuore, 100%Pibe

venerdì 6 agosto 2010

RINCORRERE IL RICORDO

Un mio articolo uscito su LA RIVISTA DEL FORTE.

La trovi, in questi giorni e per tutta l'Estate, distribuita in giro per la Versilia (Bagni, locali glam, ristoranti, ecc.).
A te...



"Forte dei Marmi e’ scelta sentimentale. Puo’ essere solo questa.

“Andiamo al Forte?”. Poche parole e mi sento pervaso di romanticismo, di pace.
Al “Forte” mi ricostruisco interiormente perche’ nella mondanita’, dove si evade, mantengo una dimensione domestica e nella solitudine, dove si legge, ho il silenzio della pineta che sussurra consigli.

Nella pineta c'è la voce dannunziana che la rende luogo d'elezione per una scorribanda interiore, dove i piedi diventano radici e le mani rami protesi al cielo. Poco lontano cantano il loro amore struggente le dame di Puccini. Le vedi ancora camminare, nella tessitura di velluto della partitura, vestite di fasti romani o di un kimono fiorito.

Il Locale, “La Capannina di Franceschi”, magari trascesa nella rievocazione, e’ mera estensione di una casetta a Vittoria Apuana e i cenini chiacchierati a parlare dei massimi sistemi, alticci senza volerlo, sono la via di fuga verso il sogno.
Si sa, consapevolmente, di essere in un pezzo di storia del costume che vuole rinnovarsi ma oppone insieme una strenua resistenza al berciante traffico di un turista consumatore. Non andiamo da turisti, andiamo da cittadini onorati di sentirsi ancora una volta a casa. A casa si ritrovano volti conosciuti, un senso di confidenza con il mobilio, con gli spazi che sono ancora a portata d'uomo, quello stare elegantemente sotto le righe semplicemente per tras-gredire, uscire, cioè, da una corsa a precipizio per una più nobile passeggiatina con un maglione sulle spalle.

L’Abbigliamento di pregio e’ al contempo omologato e raffinato. Ma puo’ essere anche quello, démodé, di una nobile signora, fiorentina e pluriottantenne, che persevera, stagione dopo stagione, a fare il bagno con la sua cuffia a fiori in rilievo di gomma. Vedi passare le borse di paglia un po' consunte dall'uso ed ancora più interessanti, come una bella donna che sa che ogni lieve ruga è un sorriso versato alla vita. Vedi la più ampia e varia umanità, ma riconosci solo in alcuni volti, quando imbrunisce e gli spazi si svuotano, quell'aria da foto ingiallita di famiglia, che si riguarda con rinnovata emozione per fissare lo scorrere del tempo.

Lo shopping al mercato, un colazioncino da “Soldi” devastato dalle occhiaie dopo una notte cantereccia, l’ombrellone in prima fila, la “caccia al tesoro” di fine Estate, una bicicletta bucolica.
Si cammina, si va in bicicletta, si rallenta appunto, per poter gustare il profumo zuccherino di una siepe di caprifogli o la passiflora che schiude il suo fiore simbolico.

Le giornate privilegiate del “Forte” sono rincorrere il ricordo, sono inseguiure il senso di appartenenza, sono la debolezza di ambire a un nido. E' nido perchè ci siamo stati da bambini ed ancora prima perchè lì sono stati i nostri genitori bambini. E' nido perchè permette in lieve fluidità di stare in un tempo senza tempo e nel tempo, perchè non rincorre ma si lascia seguire con trascurata eleganza, perchè nella bambagia del nido si irrobustiscono le ali, dal nido si compie il primo volo ed al nido si ritorna adulti ma con i sogni rimasti, nella loro più limpida purezza, bambini."

giovedì 15 luglio 2010

RUBARE ATTIMI A ME STESSO

(Lo scorso Autunno ho scritto sulla mia Milano vista dal Borgo per una pubblicazioncina interessante.
Il prossimo fine settimana saro' da quelle parti; ne approfitto per condividere con voi i capoversi che seguono...
)

E' l'alba del 19 ottobre.

Entro il crepuscolo ho promesso di consegnare qualche capoverso sulla citta' meneghina vista da qui …

La mia precipua cartolina da paesaggio emozionale con lo sguardo vissuto da una prospettiva particolare.
Da un punto di vista forse scomodo ma, di certo, privilegiato e distaccato.

Quello del borgo di Correggio.

Principato emiliano di 20.000 abitanti che beve lambrusco di pregio e ascolta il rock’n roll “di una bellezza un po’ disarmante”.
Questione di dimensioni degli spazi o delle geografie dell'anima?

Basti l'idea che per percorrere la mia città servono pochi giri delle lancette e si aprono i campi, in questa stagione rosseggianti di viti.



Milano è grande, non s'abbraccia con lo sguardo, porta per un provinciale il mistero della metropoli, spezza quell'idea romantica che la città debba esser bella, insegna la poetica della periferia.

Non esiste centro storico senza banlieue, molto spesso viva, vera, perchè fatta di sveglie che suonano presto la mattina, di stazioni della metro nella nebbia, di tempi che un abitante del borgo non contempla.

Il mio avvicinamento, comunque continuo e costante, lo canta perfettamente Paolo Conte e viene da "lontano, lontano, oltre Milano, oltre i gasometri, oltre i manometri, oltre i chilometri e i binari del tram...".


In linea con una vita privilegiata, piacevolmente disordinata e incerta. 
Forestiero e a fare una "passeggiata" di parole per le vie, i viali, le piazze.

Da dedicare, con umiltà e sentimento, a Milano.

Ripenso e rivivo la petite promenade di una vita.



La domenica da adolescente, con l’abbonamento al Meazza a tifare i “colori del cielo e della notte”, ci arrivavo con mio papà quando si facevano 200 km per assecondare ad ogni gol un abbraccio che ben presto cominciò ad avere il senso e il sapore del rito.

San Siro aveva solo due anelli ma lo ricordo mastodontico, ben più grande di quanto non sia ora.
Eterna domanda: e’ il senso della storia che rende romantica la vita o anni addietro tutto faceva la tangente alla poesia con maggiore frequenza e naturalezza?



Ancora una questione di dimensioni, che si srotolano nell'animo in un’oscillazione pendolare tra ricordi e reale.
La mano del papà che ci sembra un’immensa mano di pane, o come canta Lorenzo: "Un uomo guarda la sua mano. Sembra quella di suo padre quando da bambino lo prendeva come niente e lo sollevava su. Era bello il panorama visto dall’alto. Si gettava sulle cose prima del pensiero. La sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero".
Siamo quello che vediamo, vediamo quello che siamo... Una magia quotidiana che solo chi è piccolo, per età, per luogo di provenienza, per abitudine riesce a trasformare in epica: lo stadio, il carosello di eroi moderni, i chilometri percorsi.

La distanza da coprire, non percorribile a piedi, regala alla giornata il sapore dell'impresa e Milano era una roccaforte da espugnare, da esplorare, da ripensare un istante prima del sonno, stringendo il cuscino.



Poi, più grandicello, e’ Milano durante le serate garibaldine nelle settimane della moda.

Ai tempi di giurisprudenza, frequentata in quel di Parma, quando scambiai la Bocconi per una fonte inesauribile di glamorussime e nuove amichette esagerate in bellezza da conquistare, da corteggiare.

Prima delle festicciuole, che erano il festival dell’allure, le portavo all'Antica Trattoria della Pesa, in zona Brera direi.

Innamorato, rischiavo di trovarmi in Stazione Centrale anche tre volte la settimana affrancandomi dagli esami di diritto di quella sessione ;-)

Tutto questo mi ha fatto assaporare il sapore della fuga: dalla quotidianità degli studi, dalla piccola, ducale, riservata Parma, sbalzandomi in una notte che offriva un caleidoscopio, o forse i miei occhi e il mio cuore, ammaliati, incantati e sedotti, vedevano gli angoli dei navigli, le colonne romane di s. Lorenzo, giù fino alla darsena, un safari per la mia anima esploratrice.

Ed ora, magari con più libertà e senza il timore di perdere una sessione d'esame, ripenso con nostalgia alla sensazione furtiva di rubare attimi a me stesso per ridisegnarli su dune di paillettes...




L'ho camminata Milano, mai tutta e mai abbastanza... Mi rifugio al planetario per vedere un cielo stellato nel bel mezzo della città.

Bevo il caffè e vi auguro una vita perfetta.

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domenica 20 giugno 2010

UN BICCHIERINO DI LABRUSCA IN PIU'

Non riesco ad immaginarmi cent’anni.
E’ difficile misurare il tempo. A volte lo faccio guardando le stagioni che si rincorrono. L’una attende l’altra ed esiste per preparale il terreno fino al completamento di un ciclo. Nessuna muore, ma ritorna e racchiude tutte le altre.
Mi piace questa immagine, mi rassicura.

Stasera, dopo ore di festa qui in Cantina, la mia vita e’ piena. Gli sforzi stasera mi regalano un senso di compiutezza.
Sorrido e un po’ ho paura.
La parte più lunga della mia vita è passata, anche io vado incontro allo scorrere del tempo, alle energie che si assottigliano, ad un autunno di vita. Fa paura, ma fa anche sorridere. Ho piantato una ghianda di cui non vedrò che un germoglio, ma io sogno la quercia, e la pianto perchè la vedano i miei nipoti. Con questo pensiero la paura non paralizza, produce solo una piccola scossa.

Sembra che adesso nulla, e nessuno, mi impedisca di essere felice. Dico felice di essere vivo, solo questo.
Felice di prendere, per una volta e per una sera, un po’ anche le cose come vengono.
Chissa’ se i miei figli, i miei nipoti e chi verra’, un giorno capiranno che le sfide improvvise, spesso, sono doni inaspettati. Avrebbero una vita bella e, forse, tutta questa storia potrebbe declinarsi senza rischi di oblio.

Cent’anni?
Il presente che tiene per mano il passato con il ricordo e strizza l’occhio al futuro con l’attesa.
Mancano tanti pezzi di storia per raggiungerli e, probabilmente, non ci arriveremo mai ma stanotte sogno. Nulla accade prima di un sogno. D’altronde, tutte le cose che oggi giudichiamo antichissime un tempo furono nuove.
Qualcuno le ha sicuramente guardate con sospetto, si è ritratto da esse ed ha pensato che non sarebbero sopravvissute a lungo. Un papa’ e’ sempre prima figlio.
Nessuno gli insegna ad esser padre, se non suo padre, se non i suoi errori scapestrati, la sua irruenza che nella gioia della responsabilità si quieta. Magari, con questi pensieri, porto fortuna a questa taverna e a queste bottiglie.
Non c’e’ niente che mi fa stare meglio: combattere una buona battaglia che superi il momento presente, di cui io non veda il frutto ma lo sogni soltanto e ne veda, invece, la promessa, perchè la quercia metta radici solide. Non scommetto sul successo del fine, scommetto però sul percorso, che mi fa sentir forte come a vent’anni e superare le amarezze quotidiane.

Senza volere sto sognando. Non me lo concedo mai.
O forse sono un sognatore inconsapevole. Si, dai, un po’ lo sono per davvero. Lo sono alzandomi ogni alba per aprire questa benedetta porta e per poi richiuderla, ogni giorno, solo al crepuscolo.

Stanotte è una notte di lucciole, ascolto il silenzio della campagna come prima mai e in pace con me stesso, comprendo per la prima volta come correre significhi anche rallentare.

Auguro a chi verra’ di fare tanti errori mettendoci cuore e passione piuttosto che vivere una vita con freddezza e distacco. Tanto, quando pensi di sapere un paio di risposte, ci pensa la vita a cambiarti le domande.

Ora basta, mi sono concesso anche troppo... E’ colpa del vino. Si sa, davanti ad un buon vino perdi le resistenze. Io le perdo dopo un bicchierino di Labrusca in piu’ e davanti all’immagine dei volti della mia famiglia. Li vedo tutti nell’ultima lacrima rossa sul fondo del bicchiere.
Nonno Brenno.

giovedì 10 giugno 2010

Cent'anni in una notte

“Il vino sa rivestire il più sordido tugurio di un lusso miracoloso, e innalza portici favolosi nell’oro del suo rosso vapore come un tramonto in un cielo annuvolato…”
Con queste parole Baudelaire celebra il vino.

Noi vorremmo farlo immaginando di stappare una bottiglia da anni conservata.
Nel suo bouquet ritroviamo chi lo ha cantato, chi lo ha prodotto, lavorando sulle vigne, e chi ha scritto con l'aratro sulla nostra terra.
I nostri 100 anni sono fatti di piedi, di mani, di risate, di suggestioni. Ma vogliono anche raccontare gli artisti che del vino hanno fatto soggetto dell'arte .

Il 19 giugno 2010 a Correggio, nella nostra Correggio, festeggiamo 100 anni di storia condividendo questo grande momento fatto di vino;
quindi anche di musica, di colori,di "facce che noi conosciamo”, di occhi e di quella passione che diventa epica domestica.

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sabato 13 marzo 2010

IL BACIO E LA LUCE DEL BORGO

Sabato pomeriggio.
Dopo varie giornate uggiose il Borgo e' pieno di luce.
Un leggero libeccio che spira da Levante fende l'aria in modo brutale, ma portando con sè un delicato aroma di crespelle al branzino su crema di piselli e verdurine tritate inebriante e afrodisiaco.

Oggi parliamo un po' di relazioni, di legami.
Per scelta, da tanti anni, io non mi preservo.
Sono patologicamente me stesso (almeno penso, mica l'ho capito a fondo il significato di sta cosa che consigliano tutti).
Comunque sento e ascolto quello che provo, lo vivo.

Poi ci metto del mio per metabolizzare ogni esperienza nella maniera piu' edificante.
Talvolta ci riesco pure.
Per questo rido spesso e di gusto e, altrettante volte, piango. Non sempre di gusto.
Anche qui siamo in pareggio, non di certo a reti inviolate! E' un X che riassume un'intera esistenza.
E' un equilibrio pieno di follia, di spettacolo, di gioie, di tragedie interiori, di discernimenti, di lotta, di ossigeno.

Non sono misterioso tant'è che, alle volte, taluni pensano stia malcelando chissà cosa.
Invece dico e scrivo tutto.
Il non mistero mi fa perdere tanto fascino ma la vita e' troppo breve per giocare alle metaforine sottese, al non detto, ai tempi giusti.
Le opportunità sono gia' in ogni istante, "i centimetri che ci servono sono gia' in ogni break della paritita", diceva quel tale interpretato da Al Pacino.

I rapporti costruiti sul non detto cadono al primo soffio di Ponentino.
Io vivo ogni legame importante giocando ad oltranza ma mettendoci trasparenza e cuore.
Non ho bisogno di alcuna liturgia preventiva.

La bellezza del muovermi in libertà ripaga sempre con la moneta più preziosa.
A volte fa male perche', accidenti a lei, cade inaspettatamente addosso dall'alto ma, ti giuro, se la raccogli e hai la forza di guardarla da una prospettiva rinnovata, avrai per mano oro iridescente e pregiato.

La luce, aroma coccolante di crespelle a parte, con cui guardiamo fuori ma anche dentro di noi, ha il potere del cambiamento, della trasformazione.

Prendi una delle cose più belle di sto mondo.
Il bacio mica e' un mero processo chimico. E' anche quello ma, grazie a Dio, e' molto di più.
E' la proiezione illuminata della nostra immaginazione verso oasi che sono visualizzabili, e quindi raggiungibili, solo se ci si lascia andare.


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lunedì 22 febbraio 2010

COLORARE FUORI DALLE RIGHE

La disciplina e’ il mio credo.
La trasgressione, talvolta, il mio nettare. Caldeggio quei peccati veniali e, come tali, da confessare.
Adoro prendere spazi tutti per me. Al contempo ho sempre ben scolpiti, nella testa e nel cuore, obiettivi (e sogni) a breve, medio e lungo termine.
Gli allenamenti, lo studio, la riflessione, la lettura, le musichine, il relax, la condivisione continua e costante.
Riassumendo? Non chiedermi di mordere il freno!

Credo nell’ossimoro di essere trasgressivo e, al contempo, integrato.
Vivo nell’apparente contraddizione di essere me stesso strizzando, comunque, l’occhio a chi potrebbe far fatica a comprendermi per storia, cultura e vissuto diversi.
Il dissimile, da sempre e per scelta, lo vivo come sinonimo di crescita.

Sono qui per combattere i miei demoni”, e’ il tatuaggio di una cara amica che vive nel down town di Firenze.
Conosco ragazzi e ragazze poco piu’ che adolescenti e ce l’hanno gia’ fatta.
Altri, dopo una vita di guerre, sono ancora a battagliare.
Tu a che punto sei? Io non lo so. Forse non mi interessa saperlo.

Mi fanno impazzire di ammirazione coloro i quali, piu’ che adulti, quasi “vecchi”, non hanno risolto alcunche’ ma, non accontentandosi di sopravvivere, lottano da sempre ad un livello piu’ alto: rimangono semplici, danno tutto e sanno commuoversi di gioia per un inaspettato pereggio emotivo strappato in trasferta.

Mi piace, poi, l’idea di definire la mia vita come la somma, non algebrica ma sinergica, di alucni incontri.
Qualcuno che arriva, non ti e’ dato sapere da dove, a “spettinarti il cielo”; non sai come, non sai quando.
Ti prende per mano e ti insegna a colorare fuori dalle righe.
Tu fai lo stesso quasi senza volere e, così, il sinallagma diviene romantico perche’ privo di aspettative reciproche.

domenica 31 gennaio 2010

RINNOVATO INVITO AL BALLO

La buona novella? Sono in confusione.
Anzi, talvolta seco la frustrazione.
Lo sappiamo bene, esistono eperienze vincenti ed esperienze di insegnamento.

Quelli bravi dicono che nella frustrazione si cresce. E allora io ci provo a tirare fuori dal cilindro qualcosa di figo. E qualcosa si muove.
Sai che in giapponese, quanto predetto, si chiama con un vocabolino incredibile?
SATORI.
Pensa che, lo stesso, viene anche tradotto come ILLUMINAZIONE. Profonda e duratura.

Forse sentire un fuoco ardere a fior di pelle e non essere appagati fa scoprire armonie e melodie nascoste.
E’ dura discernere sempre, vivere nell’impegno, cadere spesso, credere in qualcosa di grande e pagarne il prezzo.
Soprattutto emotivo perchè vorresti, talvolta, la coccola della certezza.
Poi partorisci l’idea che la sicurezza non e’ troppo di questo mondo così, nel contempo, senti dentro di te la voglia di rivoluzione che riesce a tendere verso l’evoluzione.

Non voglio dover pensare al male di questo mondo per gustare il bene che mi piove addosso in ogni istante; passare per il ricordo delle tragedie della nostra storia recente per essere felice all’ennesima potenza; domattina voglio essere grato. Punto.

Essere giudicato soprattutto sull’amore, essere un piccolissmo strumento per il bene, mio e delle altre persone. Poi c'e' il notariato, le occasioni della vita che arrivano, un libro da pubblicare, il privilegio della fatica come miraggio da raggiungere attraverso la metafora dello sport.

Come riesco, con mille ricadute continue e costanti, a rincorrere sogni quasi troppo grandi per essere confessati?
Penso un po’ meno. Mi ritaglio qualche spazio. Mi confido ma poi rilancio. Vedo un po’ di poesia ovunque e tendo ad essere me stesso a costo di essere un po’ matto e, quando sono così, noto con stupore che la colite ulcerosa e’ come se non ci fosse proprio.

Coltivo il valore della vitalita’ ma con la consapevolezza che l’energia senza sinergia e’ qualcosa di sterile, fine a se stessa, improduttiva.
Prego.

Quando cominci a “correre” senti un brivido dentro. E’ la tua chimica sopita, da troppo tempo non destata e messa in azione, che aveva solo voglia di un rinnovato invito al ballo.

Un bacio.